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Il nostro paese, Sospirolo, ha una lunga storia di emigrazione che affonda le sue radici in un passato lontano e per la maggiore dimenticato. Quello che noi generalmente sappiamo riguarda la storia piu' recente collegata al nostro vissuto o al massimo la storia raccontataci dai nostri padri o dai nostri nonni. E' questa una storia fatta di gallerie, grandi lavori, impianti idroelettrici, miniere. E' una storia fatta di viaggi in treno per la Svizzera, di partenze in primavera e rientri per Natale. E' una storia fatta di lontananza dalla famiglia, di rischi e pericoli, di nostalgia. E' una storia di cantieri all'estero. Il primo dei grandi lavori italiani all'estero e' stato Kariba in Rhodesia (ora Zimbabwe). La costruzione di quel grande impianto idroelettrico sul fiume Zambesi fu affidata, nel 1961, ad un consorzio di Imprese italiane. Fu un passaggio epocale, il nostro emigrante non va piu' al servizio di terzi ma si propone in proprio, e' il riconoscimento internazionale della nostra capacita', laboriosita' e imprenditorialita'. Questa prima commessa, sotto i riflettori del mondo, era per noi una sfida. Dovevamo riuscire, e il lavoro termino' in bellezza con soddisfazione nostra e del cliente. A questa prima seguirono poi molte altre commesse in Sudan, Pakistan, e poi in tanti altri paesi dell'Africa, Asia, Nord e Sudamerica, Oceania. Praticamente in tutto il mondo. Le foto che trovate in questa piccola raccolta sono eloquenti, molti di noi ci si potranno riconoscere. Piu' indietro nel tempo c'e' anche un'altra storia della quale c'e' poca memoria. E' la storia della migrazione nelle miniere di carbone del Belgio che fa seguito ad un difficile e scellerato accordo fra Italia e Belgio ove per ogni emigrante veniva assicurata all'Italia una fornitura di carbone. I nostri emigranti che scendevano nei pozzi di Liegi, Charleroi e Marcinelle dovevano affrontare un lavoro durissimo e rischioso. Oltre al rischio diretto di incidenti per lo scoppio del "grisou" erano esposti a malattie polmonari invalidanti che li portavano rapidamente all'invalidita' e alla morte. La foto qui' riportata dell'ascensore pronto a scendere nel pozzo con il suo carico umano e' veramente impressionante. Anche la sistemazione era molto precaria, in baracche fatiscienti, spesso senza acqua e riscaldamento. Si calcola che complessivamente, nel decennio 1946-1956 emigrarono in Belgio circa 140.000 lavoratori, a fronte di una cifra prevista di 50.000. Di questi 17.000 furono rimpatriati perche' non adatti al lavoro in miniera o finiti in malattia, il riconoscimento per chi si ammalava era il rimpatrio immediato. L'epopea dei minatori termina nel 1956 con la tragedia di Marcinelle che, con i suoi 262 morti, dei quali 136 italiani, ferisce profondamente la comunita' italiana e costringe il governo a bloccare tutte le partenze per il Belgio. Nello stesso periodo assistiamo a varie altre forme di emigrazione, sempre tese ad assicurare il pane alla famiglia. Vediamo una emigrazione femminile, e qui' credo che alcuni ricorderanno le balie, e le "ciode" (donne che si recavano nel trentino per i lavori agricoli). C'era poi una migrazione a piedi. Erano i "contha" ovvero seggiolai che portavano il loro lavoro in tutta l'Italia del nord. Erano stagionali, il periodo di emigrazione ambulante andava dalla fine di Agosto ad Aprile o Maggio dell'anno successivo. La partenza avveniva quando i lavori nei campi erano terminati. Nei mesi estivi era richiesta la presenza degli uomini per lo sfalcio dei prati e la preparazione della legna, cosicche' prima di andarsene avevano la certezza che la famiglia aveva di che alimentare le bestie e riscaldarsi durante l'inverno. Quando gli uomini se ne erano andati le donne dovevano arrangiarsi, occupandosi da sole dei figli, della casa, dei campi e delle bestie. Ogni gruppo di contha portava con se una cassetta con gli attrezzi (Cassela dela feratha), una morsa (Caora), una gerla (Crath) e una valigia personale con qualche indumento di ricambio. Come quasi tutti gli ambulanti i seggiolai avevano un linguaggio segreto che permetteva loro di comunicare senza farsi capire dai clienti. Questo linguaggio era detto "scapelament del contha". Era un linguaggio dinamico che seguiva alcune regole base: l'inversione sillabica, la derivazione da vocaboli tedeschi e l'associazione d'immagine. Il linguaggio fu studiato nel 1929 da Ugo Pellis che raccolse 283 termini ricercandone l'etimologia, ipotizzando la probabile origine attorno al 1780. E poi i "cromer", venditori ambulanti con la loro cassetta spalleggiabile piena di minutaglie utili alle massaie. Nella loro cassetta era raccolto un intero mercato portatile dove si trovava di tutto, spilli, aghi, bottoni, elastici, passamaneria, coltellini, forbicine, ecc. Oppure i "molete" (arrotini) che, con il loro strumento (carriola che all'uopo diventava mola per affilare forbici e coltelli), girovagavano per mezza Italia. Ancora piu' indietro nel tempo (e qui i ricordi sono solo frammentari) abbiamo il periodo degli "esamponari" dal termine tedesco "Eisenbahn" ovvero Ferrovia. Esamponari stava per lavoratori nella costruzione delle ferrovie e con il termine "esempon" veniva indicata una localita' non ben definita ma che corrispondeva ai territori dell'impero Austro-Ungarico. Successivamente il termine "esempon" venne usato per definire un luogo generico di emigrazione. Siamo agli inizi del 900, intere famiglie partivano con carri trainati da cavalli verso i paesi dell'est, centro e Nord Europa. Il detto "andare in Prussia" proviene proprio da quel periodo. Molti ponti della ferrovia Transiberiana furono costruiti da squadre di nostri emigranti, veneti e friulani in particolare. L'emigrazione degli esamponari durava anche molti anni, alcuni non tornarono piu' a casa, si sposarono con donne del luogo e fecero li' famiglia. Ancora oggi in quei paesi sperduti nella tundra molti parlano italiano. Bibliografia: |
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