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Piu' indietro nel tempo, siamo nella seconda meta' del 19mo secolo assistiamo ad un fenomeno migratorio di massa che non ha eguali e che da noi e' poco o nulla conosciuto. Non ci e' stato insegnato nelle scuole e non abbiamo memorie trasmesse dai nostri anziani che hanno dovuto subire lunghe e devastanti guerre. Bisogna innanzitutto esaminare la situazione del Brasile attorno al 1870. Tutta l'area del Rio Grande do Sul, ad eccezione della citta' di Porto Alegre e' disabitata. L'imperatore Pedro II teme una occupazione da parte dell'Argentina che gia' preme ai confini della regione di Misiones. Diventa imperativo il ripopolamento della zona. Una prima occupazione fu fatta da coloni tedeschi nella zona di Sao Leopoldo e Nova Hamburgo. Ora l'attenzione e' rivolta all'Italia quale nuovo bacino ove reclutare altri coloni. Andiamo ora a vedere la situazione dell'Italia
nello stesso periodo. Ricordo che il Veneto fu annesso alla giovane
Italia nel 1866.
L'Italia era povera, priva di materie prime. Quasi la meta' delle entrate era "mangiata" dai debiti e piu' di un terzo era destinato alle spese militari. Per tutti i bisogni del paese rimanevano le briciole. L'Italia, che aveva bisogno di strade, scuole, ospedali, ferrovie, case, servizi pubblici, servizi sociali, aveva invece messo in piedi un esercito colossale:
Nemmeno l'Inghilterra, con il suo immenso impero, aveva un esercito di tali dimensioni. Per mantenere l'esercito la giovane Italia aveva messo tasse sul pane, sul sale, su tutto. L'unico bilancio garantito era quello dell'Esercito. La classe dirigente aveva sbagliato obiettivo ... il nemico da combattere non era l'Austria bensi' la fame, la poverta', l'analfabetismo ... era su questo fronte che dovevano essere impegnati i fondi dello stato. Nel contempo, ad aggravare la gia' precaria situazione
avviene una potente esplosione demografica. A questo punto abbiamo il quadro completo sotto gli occhi. I nodi che incidono sull'emigrazione sono tutti presenti e insieme formano una miscela esplosiva:
Anche nel nostro piccolo, qui a Sospirolo, la situazione non e' differente. Dalla relazione della visita Pastorale del Vescovo Giovanni Renier nel 1857 (riportata anche da Carlo Vedana nel Bollettino Parrocchiale di Gron) si legge: "... ma il povero contadino se e' colono niente ha; se non lo e', e' cosi' miserabile che, non bastandogli a vivere colla grama famigliola quei quattro passi di terra dura che a stento coltiva, e' stretto a portarsi a estranie regioni per guadagnarsi il vito, pagar come puo' i suoi debiti e farne per necessita' sempre di nuovi onde sussistere. Quasi tutto il territorio della parrocchia e' posseduto dal Marchese Araldi di Cremona, dal Conte Agosti e Contessa, dai Conti Miari, dal signor Buzzati di Belluno, dalli Conti Villabruna di Feltre, e dalli signori Zasso di Agordo. Ottimi signori verso i coloni da cui generalmente sono provveduti. I mendicanti, nello stretto senso della parola, sono assai pochi, benche' molti e molti i miserabili ..." a tutto questo c'erano due possibili soluzioni:
la rivoluzione, oppure l'emigrazione. Non e' semplicemente la fame che costringe i Veneti
alla fuga. Anche nella vicina Romagna vi era una fame insopportabile.
Con la differenza che mentre i contadini veneti sono partiti come
una valanga, i contadini romagnoli sono rimasti sul posto. La verita'
e' dunque un'altra. Qui ebbe una funzione particolare il clero. I parroci, abituati alla mediazione, attutirono le tensioni, ma senza mettere in discussione l'autorita' dei padroni. La loro azione non cambio' la societa', ma in qualche modo la rimodello', difendendo i valori fondamentali e il senso religioso della vita. Nella Romagna, ove il movimento socialista era forte, non c'e' stata emigrazione. Si insegnava agli operai e ai contadini che non dovevano partire, ma restare sul posto per sconfiggere i "signori", i "padroni". Nel Veneto, grazie all'azione di mediazione svolta
dal clero, si e' realizzato un progetto raro e difficile: una societa'
che si trasforma grazie all'emigrazione senza passare attraverso
la rivoluzione. Questo e' il "brodo di cultura" dal quale ebbe
origine la piu? grande emigrazione dei tempi recenti. Quell'esodo
"biblico" che porto' una marea di Veneti nel sud del Brasile. Solo
una cifra:
e' da ricordare a tal proposito il paese di Fastro
che parti' quasi al completo, erano in 275, con in testa il parroco
Don Munari e furono molti i parroci che accompagnarono i loro parrocchiani
in questa avventura. Partirono tutti alla ricerca di un mondo nuovo.
Spesso lusingati da false promesse e con biglietto di sola andata. "quando n'daremo in Merica
n'daremo in tel Brasil Ma vediamo come sono andate le cose. Seguiamo passo passo i primi gruppi di contadini cha hanno accettato di attraversare l'oceano. Lo spettacolo al quale assisteremo sara' altamente drammatico. Per superare la grande prova occorreranno qualita' davvero straordinarie. Nel 1872 il governo italiano stipula una convenzione
con il Brasile per la "fornitura" di emigranti. E da allora inizio'
l'esodo "organizzato" dagli agenti di emigrazione che giravano i
paesi magnificando il paradiso che attendeva al di la' dell'oceano. Ad ogni nome corrisponde generalmente un capofamiglia che porta con se padri, madri, mogli, figli, niporti ... Il viaggio dal porto di Genova o da Marsiglia
era gratuito ... ma dovevano pagarsi il viaggio fino al porto di imbarco. Arrivati a Genova o Marsiglia, erano costretti a sostare in attesa dell'imbarco, talvolta anche un mese. Generalmente d'inverno (la maggioranza delle partenze avvenne in Novembre/Dicembre) con bambini, vecchi, neonati, donne incinte ... e con i magri risparmi che si assottigliavano sempre di piu'. Da questi porti salpavano le navi. Nei primi tempi erano velieri, ex navi negriere ricondizionate per questo servizio di trasporto di nuovi schiavi. Questa che vedete fra le immagini non e' un dipinto, e' una foto d'epoca del veliero "Anna Pizzorno", salpata per la prima volta da Genova con a bordo cento famiglie. Don Munari, ricordate il parroco di Fastro con i suoi 275 parrocchiani, si era imbarcato nell'autunno del 1976 da Bordeaux su una nave a vela. La nave naufrago dopo poche miglia e mentre la nave affondava gli emigranti furono soccorsi e riportati a terra. Sette bambini perirono nel naufragio. I nostri contadini, storditi dalla terribile avventura, rimasero alcuni mesi in attesa di un'altra nave. Finalmente ripartirono, nell'aprile 1877, questa volta su di un piroscafo a vapore. La sorte di questo gruppo che aveva scelto il Brasile come terra dei loro sogni era stata davvero spietata. Li ritroveremo ancora piu' tardi. Attorno a questo immane esodo si svilupparono
traffici di tutti i generi. C'erano le compagnie di navigazione
regolari che stipulavano contratti con il governo brasiliano, come
per esempio "La Veloce". Ma su questa vicenda si inserirono avventurieri
di tutti i generi che cercavano di depredare gli emigranti del poco
che avevano racimolato dalla vendita di tutti i loro averi. Un bassanese
ha raccontato la storia incredibile di suo bisnonno che, partito
da Genova per il Brasile, dopo trenta giorni di navigazione fu sbarcato
sulla spiaggia di Marsiglia convinto di essere in Brasile. Vi furono problemi anche gsossi problemi di accoglienza
in Brasile. Pur con tutti questi problemi partirono a frotte su
navi che poco avevano a che fare con questo nome. Uomini e donne
in viaggio verso il Brasile. Vi lascio immaginare le condizioni
igieniche. Acqua poca e solo per cucinare e bere. Di medici a bordo
non se ne parlava. Attraversare l'oceano di quei tempi era davvero
una impresa a rischio. Si poteva morire di fame o colpiti da una
epidemia. Arrivavano quindi a Rio de Janeiro, venivano sbarcati
nell'Ilha da Flores dove trascorrevano, nelle baracche appositamente
allestite, un periodo di quarantena in attesa della carretta che
li avrebbe poi portati a Porto Alegre. La zona della Serra Gaucha compresa fra il Rio
Cai e il Rio das Antas veniva suddivisa in quadratoni di una decina
di chilometri di lato, chiamati Legua. Ad ogni colono veniva data una roncola, un'accetta, una pialla, un "segonet" ogni cinque gruppi e dieci giorni di vitto. Da questo momento sono soli nella foresta e si devono arrangiare ... I contadini sono letteralmente terrorizzati, con la presenza di indios che assistono impotenti all'arrivo dell'uomo bianco e di bestie sconosciute, serpenti e animali feroci. I primi tempi dormono sugli alberi. Quindi, fatto un poco di disbosco e ricavata una radura, dormono a terra, con una corona di fuoco di protezione che alimentano a turno. Finche' riescono a costruirsi una capanna di tronchi e ripararsi. Spesso di notte sentono la "tigre" graffiare alle pareti della capanna. Al tempo nell'area c'erano i puma, ora scomparsi. Il lavoro piu' impegnativo all'inizio era il disbosco,
in particolare il taglio delle araucarie, grossi pini dal legno
molto duro. Il segonet e' troppo piccolo, quindi si riunivano in
gruppi e procedevano con le accette, e alla fine il fuoco faceva
il resto. A questo punto si puo' cominciare a seminare. Torniamo al nostro Don Munari che dopo alcuni mesi di suolo Brasiliano scrive al Vescovo in Italia di trovargli un altro posto e dice dei propri parrocchiani: " la maggior parte maledicono il giorno in cui fu scoperta la Merica. Desidererebbero essere miseri e nudi in patria, piuttosto che essere privi di ogni cosa, in mezzo a queste antiche selve. Io che vidi come sono trattati i coloni, posso giurare che miserie uguali non ne ho piu' viste ... vivono in mezzo ad una selva e sono dapprima senza un tetto ... mentre scrivo dalla baracca ove sono alloggiato i coloni devono portarsi alla propria colonia ove trovano bosco, bosco, bosco ..." Don Munari non resiste a lungo. Lo tormenta lo
spettacolo dei suoi parrocchiani, per i quali aveva nutrito tante
speranze ed ora sono trattati come schiavi. Morira' pochi mesi dopo
schiacciato dal peso della propria sconfitta. Nella foresta non c'erano passerelle per superare
i torrenti, ne' strade per andare avanti. Non c'erano letti per dormire,
ne' tetti per ripararsi, ne' tavole per mangiare, ne' sedie per riposare.
Non c'era il bicchiere, ne' la forchetta, ne' il piatto, ne' la scodella.
Solo il bosco. Solo l'ascia, la zappa, il coltello, la sega. E' questa l'esperienza straordinaria vissuta dai nostri emigranti nella Serra Gaucha. Vi sono coloro che scrivono "mi tocca travagiare con le zerle sulle spalle, su per i monti, come un musso ... si deve dormire al campo, al lustro delle stelle come le bestie, che sono piu' bene alloggiate le bestie in Italia che i cristiani in Merica" Ed altri "Finalmente siamo liberi ... presto diventeremo padroni ... non ci sono tasse ... non c'e' servizio di leva ... la fame e' finita" Mentre i coloni di Don Munari maledicono Cristoforo
Colombo altri avanzano. Ormai la grande emigrazione veneta e' partita
e nonostante sofferenze e sconfitte, abusi e inganni, arrivera' al
traguardo. E qui' e' da ricordare la funzione che ebbe il clero
in questa grande avventura. Il primo sacerdote che ha accompagnato
gli emigranti italiani nel Rio Grande do Sul fu Padre Bartolomeo
Tiecher, che parti' con 700 coloni nel 1875, assieme ai genitori
e ai fratelli. Ebbe inizio la prima industrializzazione con la
costruzione dei mulini ad acqua. Le capanne diventarono case col piol, tra le foto potete vedere la casa dei Bof di Seren
del Grappa che e' conservata nell' "Arquivo Historico Municipal"
di Caxias. Questa che segue e' una lettera scritta da Scopel Domenica ad un figlio rimasto in Italia. Campo dei bulgari e' l'attuale Caxias e bulgari e' la storpiatura di "bugres" ovvero degli indios che popolavano l'area. campo dei bulgari li 15 otobre 1879 cara filglio e denero cara filglio con grandisiacere non poso far
di meno di anonciarte lamorte del povero tuo dermano bof osvaldo
il qualle mori la seconda domenica di 8bre andando ala cacia del
capriolo incompagnia di un filglio di teresa bof corendo peracidente
sbaro losciopo e colpisesteso aresto morto senza pronuncia parola
colarma sua Come avete sentito anche dalla lettera la vite
era tenuta molto in considerazione. Quello che fece fare un balzo
in avanti all'economia della Serra Gaucha fu appunto il vino e il
suo commercio. Bibliografia: |
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