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Piu' indietro nel tempo, siamo nella seconda meta' del 19mo secolo assistiamo ad un fenomeno migratorio di massa che non ha eguali e che da noi e' poco o nulla conosciuto. Non ci e' stato insegnato nelle scuole e non abbiamo memorie trasmesse dai nostri anziani che hanno dovuto subire lunghe e devastanti guerre.

Bisogna innanzitutto esaminare la situazione del Brasile attorno al 1870. Tutta l'area del Rio Grande do Sul, ad eccezione della citta' di Porto Alegre e' disabitata. L'imperatore Pedro II teme una occupazione da parte dell'Argentina che gia' preme ai confini della regione di Misiones. Diventa imperativo il ripopolamento della zona.

Una prima occupazione fu fatta da coloni tedeschi nella zona di Sao Leopoldo e Nova Hamburgo. Ora l'attenzione e' rivolta all'Italia quale nuovo bacino ove reclutare altri coloni.

Andiamo ora a vedere la situazione dell'Italia nello stesso periodo. Ricordo che il Veneto fu annesso alla giovane Italia nel 1866.
Nei primi anni dalla sua costituzione l'Italia aveva avuto Governi durissimi, ma onesti; avevano imposto alla popolazione tasse soffocanti, ma avevano messo in pareggio il bilancio dello stato. Nel 1870 un nuovo Governo ando' al potere, governo che si era messo a spendere allegramente. Il paese fini' presto sotto un pesante fardello di debiti. Il bilancio dello Stato era diviso in tre cifre spaventose:

  • 44% per il pagamento dei debiti contratti
  • 37% per le spese militari
  • 19% per tutte le altre esigenze della Nazione

L'Italia era povera, priva di materie prime. Quasi la meta' delle entrate era "mangiata" dai debiti e piu' di un terzo era destinato alle spese militari. Per tutti i bisogni del paese rimanevano le briciole.

L'Italia, che aveva bisogno di strade, scuole, ospedali, ferrovie, case, servizi pubblici, servizi sociali, aveva invece messo in piedi un esercito colossale:

  • 430.000 uomini di prima linea
  • 200.000 territoriali

Nemmeno l'Inghilterra, con il suo immenso impero, aveva un esercito di tali dimensioni.

Per mantenere l'esercito la giovane Italia aveva messo tasse sul pane, sul sale, su tutto. L'unico bilancio garantito era quello dell'Esercito. La classe dirigente aveva sbagliato obiettivo ... il nemico da combattere non era l'Austria bensi' la fame, la poverta', l'analfabetismo ... era su questo fronte che dovevano essere impegnati i fondi dello stato.

Nel contempo, ad aggravare la gia' precaria situazione avviene una potente esplosione demografica.
La popolazione che nel 1861 era di 22 milioni, nel 1881 diventa 29 milioni e nel 1900 passa a 33 milioni e a 39 milioni nel 1911. L'aumento e' impressionante.

A questo punto abbiamo il quadro completo sotto gli occhi. I nodi che incidono sull'emigrazione sono tutti presenti e insieme formano una miscela esplosiva:

  • gli italiani aumentano di numero, non c'e' posto per tutti a tavola
  • le tasse sono eccessive, le piu' alte d'Europa
  • le poche risorse sono a disposizione dell'Esercito, la gente si sente abbandonata
  • l'agricoltura e' ammalata e di tipo padronale, la gente e' affamata
  • il fascino del Nuovo Mondo, l'America appare come la terra dei sogni

Anche nel nostro piccolo, qui a Sospirolo, la situazione non e' differente. Dalla relazione della visita Pastorale del Vescovo Giovanni Renier nel 1857 (riportata anche da Carlo Vedana nel Bollettino Parrocchiale di Gron) si legge:

"... ma il povero contadino se e' colono niente ha; se non lo e', e' cosi' miserabile che, non bastandogli a vivere colla grama famigliola quei quattro passi di terra dura che a stento coltiva, e' stretto a portarsi a estranie regioni per guadagnarsi il vito, pagar come puo' i suoi debiti e farne per necessita' sempre di nuovi onde sussistere. Quasi tutto il territorio della parrocchia e' posseduto dal Marchese Araldi di Cremona, dal Conte Agosti e Contessa, dai Conti Miari, dal signor Buzzati di Belluno, dalli Conti Villabruna di Feltre, e dalli signori Zasso di Agordo. Ottimi signori verso i coloni da cui generalmente sono provveduti. I mendicanti, nello stretto senso della parola, sono assai pochi, benche' molti e molti i miserabili ..."

a tutto questo c'erano due possibili soluzioni: la rivoluzione, oppure l'emigrazione.
Anziche' la rivoluzione il Veneto scelse l'emigrazione.

Non e' semplicemente la fame che costringe i Veneti alla fuga. Anche nella vicina Romagna vi era una fame insopportabile. Con la differenza che mentre i contadini veneti sono partiti come una valanga, i contadini romagnoli sono rimasti sul posto. La verita' e' dunque un'altra.
Il Veneto ha avuto una emigrazione altissima perche' la popolazione era in larga misura religiosa e pacifica; rifiutava di conseguenza il socialismo anarchico e anticlericale. Piuttosto che aprire la porta alla Rivoluzione scelse l'Emigrazione.

Qui ebbe una funzione particolare il clero. I parroci, abituati alla mediazione, attutirono le tensioni, ma senza mettere in discussione l'autorita' dei padroni. La loro azione non cambio' la societa', ma in qualche modo la rimodello', difendendo i valori fondamentali e il senso religioso della vita.

Nella Romagna, ove il movimento socialista era forte, non c'e' stata emigrazione. Si insegnava agli operai e ai contadini che non dovevano partire, ma restare sul posto per sconfiggere i "signori", i "padroni".

Nel Veneto, grazie all'azione di mediazione svolta dal clero, si e' realizzato un progetto raro e difficile: una societa' che si trasforma grazie all'emigrazione senza passare attraverso la rivoluzione.
Il costo di questa operazione e' stato pagato interamente dagli emigranti.

Questo e' il "brodo di cultura" dal quale ebbe origine la piu? grande emigrazione dei tempi recenti. Quell'esodo "biblico" che porto' una marea di Veneti nel sud del Brasile. Solo una cifra:
nel trentennio 1870-1900 oltre 400.000 veneti emigrarono in Brasile. Erano:

  • disperati soli
  • gruppi familiari
  • e anche intere comunita'

e' da ricordare a tal proposito il paese di Fastro che parti' quasi al completo, erano in 275, con in testa il parroco Don Munari e furono molti i parroci che accompagnarono i loro parrocchiani in questa avventura. Partirono tutti alla ricerca di un mondo nuovo. Spesso lusingati da false promesse e con biglietto di sola andata.
Ho cercato di immaginare cosa provassero questi nostri antenati - sicuramente volonta' di rivincita ma forse anche sentimenti di rabbia nel sentirsi di fatto rifiutati dalla propria terra. C'era allora una canzoncina che recitava:

"quando n'daremo in Merica n'daremo in tel Brasil
... e i siori dela Italia i doperera' el badil"

Ma vediamo come sono andate le cose. Seguiamo passo passo i primi gruppi di contadini cha hanno accettato di attraversare l'oceano. Lo spettacolo al quale assisteremo sara' altamente drammatico. Per superare la grande prova occorreranno qualita' davvero straordinarie.

Nel 1872 il governo italiano stipula una convenzione con il Brasile per la "fornitura" di emigranti. E da allora inizio' l'esodo "organizzato" dagli agenti di emigrazione che giravano i paesi magnificando il paradiso che attendeva al di la' dell'oceano.
Da Sospirolo partirono almeno circa 100 gruppi familiari dei quali c'e' documentazione ma forse furono molti di piu'.

Ecco chi erano ....

Ad ogni nome corrisponde generalmente un capofamiglia che porta con se padri, madri, mogli, figli, niporti ...

Il viaggio dal porto di Genova o da Marsiglia era gratuito ... ma dovevano pagarsi il viaggio fino al porto di imbarco.
Ottenuto il permesso di imbarco, vendevano tutti i pochi beni che possedevano. Sistemavano le loro poche cose (biancheria, piatti e posate, arnesi da lavoro e attrezzi domestici, santini e libri sacri) in qualche cassa o baule e si facevano trasportare con il carro alla piu' vicina stazione ferroviaria (Conegliano o Vicenza, la ferrovia arriva a Belluno nel 1886, quando quasi tutti i nostri erano gia' partiti).

Arrivati a Genova o Marsiglia, erano costretti a sostare in attesa dell'imbarco, talvolta anche un mese. Generalmente d'inverno (la maggioranza delle partenze avvenne in Novembre/Dicembre) con bambini, vecchi, neonati, donne incinte ... e con i magri risparmi che si assottigliavano sempre di piu'. Da questi porti salpavano le navi. Nei primi tempi erano velieri, ex navi negriere ricondizionate per questo servizio di trasporto di nuovi schiavi.

Questa che vedete fra le immagini non e' un dipinto, e' una foto d'epoca del veliero "Anna Pizzorno", salpata per la prima volta da Genova con a bordo cento famiglie.

Don Munari, ricordate il parroco di Fastro con i suoi 275 parrocchiani, si era imbarcato nell'autunno del 1976 da Bordeaux su una nave a vela. La nave naufrago dopo poche miglia e mentre la nave affondava gli emigranti furono soccorsi e riportati a terra. Sette bambini perirono nel naufragio. I nostri contadini, storditi dalla terribile avventura, rimasero alcuni mesi in attesa di un'altra nave. Finalmente ripartirono, nell'aprile 1877, questa volta su di un piroscafo a vapore. La sorte di questo gruppo che aveva scelto il Brasile come terra dei loro sogni era stata davvero spietata. Li ritroveremo ancora piu' tardi.

Attorno a questo immane esodo si svilupparono traffici di tutti i generi. C'erano le compagnie di navigazione regolari che stipulavano contratti con il governo brasiliano, come per esempio "La Veloce". Ma su questa vicenda si inserirono avventurieri di tutti i generi che cercavano di depredare gli emigranti del poco che avevano racimolato dalla vendita di tutti i loro averi. Un bassanese ha raccontato la storia incredibile di suo bisnonno che, partito da Genova per il Brasile, dopo trenta giorni di navigazione fu sbarcato sulla spiaggia di Marsiglia convinto di essere in Brasile.
In certi periodo gli imbarchi furono sospesi per evitare imbrogli e rimettere ordine.

Vi furono problemi anche gsossi problemi di accoglienza in Brasile. Pur con tutti questi problemi partirono a frotte su navi che poco avevano a che fare con questo nome. Uomini e donne in viaggio verso il Brasile. Vi lascio immaginare le condizioni igieniche. Acqua poca e solo per cucinare e bere. Di medici a bordo non se ne parlava. Attraversare l'oceano di quei tempi era davvero una impresa a rischio. Si poteva morire di fame o colpiti da una epidemia.
Il viaggio durava 30/40 giorni ma poteva durare anche tre mesi, dipendeva dai venti. Quando scoppiavano malattie infettive gli ammalati venivano calati in mare prima ancora che fossero morti per limitare i rischi di contagio per i superstiti.

Arrivavano quindi a Rio de Janeiro, venivano sbarcati nell'Ilha da Flores dove trascorrevano, nelle baracche appositamente allestite, un periodo di quarantena in attesa della carretta che li avrebbe poi portati a Porto Alegre.
Arrivati a Porto Alegre venivano accompagnati, a piedi o con barconi lungo il Rio Taquari su un vasto altopiano, la Serra Gaucha, (700/900 m) coperto dalla foresta vergine. Foresta dominata soprattutto dalle Araucarie.

La zona della Serra Gaucha compresa fra il Rio Cai e il Rio das Antas veniva suddivisa in quadratoni di una decina di chilometri di lato, chiamati Legua.
A sua volta ogni Legua era divisa in Travessao, e quindi in lotti di dimensioni variabili da 16 a 32 ettari, o se preferite da 160 a 320 pertiche. Chi era fortunato si trovava assegnato un lotto su terreno pianeggiante, altri magari avevano solo rocce e burroni. Il lotto assegnato doveva essere riscattato in dieci anni.

Ad ogni colono veniva data una roncola, un'accetta, una pialla, un "segonet" ogni cinque gruppi e dieci giorni di vitto. Da questo momento sono soli nella foresta e si devono arrangiare ...

I contadini sono letteralmente terrorizzati, con la presenza di indios che assistono impotenti all'arrivo dell'uomo bianco e di bestie sconosciute, serpenti e animali feroci. I primi tempi dormono sugli alberi. Quindi, fatto un poco di disbosco e ricavata una radura, dormono a terra, con una corona di fuoco di protezione che alimentano a turno. Finche' riescono a costruirsi una capanna di tronchi e ripararsi. Spesso di notte sentono la "tigre" graffiare alle pareti della capanna. Al tempo nell'area c'erano i puma, ora scomparsi.

Il lavoro piu' impegnativo all'inizio era il disbosco, in particolare il taglio delle araucarie, grossi pini dal legno molto duro. Il segonet e' troppo piccolo, quindi si riunivano in gruppi e procedevano con le accette, e alla fine il fuoco faceva il resto. A questo punto si puo' cominciare a seminare.
Nel frattempo, esaurite le scorte, i coloni si nutrivano dei frutti della foresta. La base era costituita dai pinoli di araucaria, e da cacciagione che per fortuna non mancava.

Torniamo al nostro Don Munari che dopo alcuni mesi di suolo Brasiliano scrive al Vescovo in Italia di trovargli un altro posto e dice dei propri parrocchiani:

" la maggior parte maledicono il giorno in cui fu scoperta la Merica. Desidererebbero essere miseri e nudi in patria, piuttosto che essere privi di ogni cosa, in mezzo a queste antiche selve. Io che vidi come sono trattati i coloni, posso giurare che miserie uguali non ne ho piu' viste ... vivono in mezzo ad una selva e sono dapprima senza un tetto ... mentre scrivo dalla baracca ove sono alloggiato i coloni devono portarsi alla propria colonia ove trovano bosco, bosco, bosco ..."

Don Munari non resiste a lungo. Lo tormenta lo spettacolo dei suoi parrocchiani, per i quali aveva nutrito tante speranze ed ora sono trattati come schiavi. Morira' pochi mesi dopo schiacciato dal peso della propria sconfitta.
Gli scritti di Don Munari evidenziano il doppio volto di questa emigrazione. Per alcuni apre le porte al successo e per altri mostra i segni dolorosi della sconfitta.

Nella foresta non c'erano passerelle per superare i torrenti, ne' strade per andare avanti. Non c'erano letti per dormire, ne' tetti per ripararsi, ne' tavole per mangiare, ne' sedie per riposare. Non c'era il bicchiere, ne' la forchetta, ne' il piatto, ne' la scodella. Solo il bosco. Solo l'ascia, la zappa, il coltello, la sega.
Tutto quello che mancava doveva essere costruito con le mani. Era come se il tempo fosse tornato indietro di centinaia di anni. Come se tutto quello che la civilta' aveva prodotto attraverso i secoli fosse improvvisamente scomparso. Il contadino solo di fronte alla foresta. Solo con le sue mani.

E' questa l'esperienza straordinaria vissuta dai nostri emigranti nella Serra Gaucha.

Vi sono coloro che scrivono "mi tocca travagiare con le zerle sulle spalle, su per i monti, come un musso ... si deve dormire al campo, al lustro delle stelle come le bestie, che sono piu' bene alloggiate le bestie in Italia che i cristiani in Merica"

Ed altri "Finalmente siamo liberi ... presto diventeremo padroni ... non ci sono tasse ...  non c'e' servizio di leva ... la fame e' finita"

Mentre i coloni di Don Munari maledicono Cristoforo Colombo altri avanzano. Ormai la grande emigrazione veneta e' partita e nonostante sofferenze e sconfitte, abusi e inganni, arrivera' al traguardo.
In mezzo alla foresta vergine sorgeranno i primi paesi. Alla fine i nostri emigranti vinceranno.

E qui' e' da ricordare la funzione che ebbe il clero in questa grande avventura. Il primo sacerdote che ha accompagnato gli emigranti italiani nel Rio Grande do Sul fu Padre Bartolomeo Tiecher, che parti' con 700 coloni nel 1875, assieme ai genitori e ai fratelli.
Nel marzo 1876 ha celebrato la prima messa a Conde d'Eu (oggi Garibaldi) in mezzo alla strada, su un altare improvvisato formato con i bauli degli emigranti. Tra le foto potete vedere Padre Medicheschi (a cavallo), altra figura storica.
La loro era una vita di grande impegno e di grandissime fatiche. Come grande era la responsabilita' che si erano assunti favorendo e guidando l'emigrazione. Operavano su territori vastissimi, per spostarsi da una comunita' all'altra cavalcavano anche per giornate intere su sentieri pericolosi, aprendosi la strada con l'accetta, fra bestie pericolose e fra gli indios.
Non erano solo parroci, ma anche maestri, architetti, uomini di fiducia, veri "leaders". Il loro ricordo e' ancora vivo nella popolazione. I primi centri di aggregazione furono le chiese ... capannoni costruiti in legno ... erano chiesa, punto di ritrovo, centro per i filo' ... centro della comunita'.
Successivamente si trasformarono in vere e proprie cattedrali.

Ebbe inizio la prima industrializzazione con la costruzione dei mulini ad acqua. Le capanne diventarono case col piol, tra le foto potete vedere la casa dei Bof di Seren del Grappa che e' conservata nell' "Arquivo Historico Municipal" di Caxias.
Comincia ad arrivare anche la ferrovia a Nova Vicenza (ora Farroupilha) e con i mezzi di comunicazione si intensificano i contatti con i parenti rimasti in Italia.

Questa che segue e' una lettera scritta da Scopel Domenica ad un figlio rimasto in Italia. Campo dei bulgari e' l'attuale Caxias e bulgari e' la storpiatura di  "bugres" ovvero degli indios che popolavano l'area.

campo dei bulgari li 15 otobre 1879

cara filglio e denero
con questo mezzo tifosapere lotimostatto dinostra perfetta salute e cosi lo spero che sara di voi tutti avendo con molto piacere aricevutto la tua indatta 20 giugno e non manco adarti subito riscontro che la scrise il arnesto
ma ad ora vengo anoti ficarti come sono statta tratata da queli neano invitatti non che il fratelo mancase a dare mezza lasua colonia ma quando vedi tuo padre non voleva stare piu in una famiglia si grossa e poi che aveva una colonia cativa che non vengono ne furmento ne fasioli, elui procura di trovarsi una colonia buona tanto e che dal zio giovani le vitte sono statte tolte dalla brina ma da noi abiamo solo 4 vitte ma ano la uva molto bella in questa no neo inpantato 250, e tute botano
il frattelo pietto si ferma con lui a fadacordo a alora a odiarne minnaziando di vedere partire lerobe deletose coe dela margietta e dela magarita ano vuloto lanona e il nono conlore perche tenevani 23 marenghi il nono perche ancora travaliava che ano fatte 4 qudesine a ano vadagato 90 fiorini
e noaltri abiamo li zioi con nulla ed anche inpotenti di piu ano voluto partire tutto quello che hanno portato dopo devo dirte che oposto li mie danari nella casa della pina e misono smariti 2 napoleoni da 20 franchi
non una parola non siamo statti obligati ne meno di un cafe
ti fosapere tutto questo ma ti prego di non dirnente perche se al caso la lucia venise a saperlo scriverebe alla pina e alora sarebe da novo
altro non mi resta che saluttarti di cuore unti atuta la nostra famiglia
sono tua madre Scopel Domenica

cara filglio con grandisiacere non poso far di meno di anonciarte lamorte del povero tuo dermano bof osvaldo il qualle mori la seconda domenica di 8bre andando ala cacia del capriolo incompagnia di un filglio di teresa bof corendo peracidente sbaro losciopo e colpisesteso aresto morto senza pronuncia parola colarma sua
il nostro formento butta la spiga ma ano patito i seco ma ancora e belo abastanza
abiamo conminciato a inpantare il sorgo
lastagiona vano piutosto sutta
anche la sorela Giacobe stabene ma tu puo inmaginarti conche crepa cuori
altro non malungo che salutarti di nuovo ti prego di salutare i nostri parenti e amice e tuti queli chedimanda di noi esonolata madre e padre frateli e sorele il cugnato martini

Come avete sentito anche dalla lettera la vite era tenuta molto in considerazione. Quello che fece fare un balzo in avanti all'economia della Serra Gaucha fu appunto il vino e il suo commercio.
Cominciarono l'attivita' le prime cantine (chiamate vinicole) e iniziarono a vendere il vino a Porto Alegre e fino a San Paolo ... trasportandolo con botti su carri con un viaggio di centinaia di chilometri.

Bibliografia:
La valigia dell'emigrante - Edizioni La Valigia
Contadini Veneti in Brasile - Rio Grande do Sul - D.Perco


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