Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre (Gv 8, 12).
Questa è l'alta autotestimonianza data da Gesù.
La Madonna è la Madre di questa Luce, è la Madre Santissima dell'Eterno Lume.
Questo è anche il titolo di un grande dipinto, grande in tutti i sensi, affidato e donato, più di due secoli orsono, da un esule straniero alla chiesa di Melara sul Po.
Questo titolo della Vergine è splendido, giusto e vero, il più fulgente e incontestabile conferito all'Immacolata Madre di Betlemme.
La Virgen de la Luz, "la Vergine della Luce": così è conosciuta e invocata in vari luoghi dell'America Latina dove, agli inizi del 1700, i Padri della Compagnia di Gesù ne portarono dalla Sicilia il culto, che diffusero con la parola, con gli scritti, con le copie della sua Immagine primigenia, cioè del modello supremo ed esemplare purissimo, depositato poi nel seno di Melara da quell'esule che era stato sbalzato fin qui da una delle onde furiose che nello stesso XVIII sec. travolgevano la Compagnia di Gesù.
La Madonna del Lume di Melara è ritrovabile in molte e molte copie, delle quali essa è il modello. Essa infatti possiede tutte le distinzioni dell'originalità, in primo luogo la Bellezza. Le ricerche di Savino Chiavegatti porterebbero ad affermare che non si tratta di una copia, ma di un'opera originale, attribuibile ad Alessandro Filipepi, detto Botticelli (1445-1510).
Delle numerose copie esistenti, più o meno apprezzabili, una di notevoli dimensioni si trova sull'Altare Maggiore della Cattedrale di Leòn, nello Stato di Guanajuato, nel Messico centrale. Qui nel 1810, durante i moti rivoluzionari per l'indipendenza, la Virgen de la Luz fu proclamata Defensora de la ciudad, "Difensora della città", ed insignita di uno scettro d'oro e di una fascia rossa. Fu proclamata principale Patrona di Leòn e dell'intera Diocesi.
La Madonna del Lume di Melara è una pittura, probabilmente a tempera, su tela. Ha la base di cm. 177 e l'altezza di cm. 249,5. Le due misure non sono casuali, bensì legate da un rapporto: la misura dell'altezza corrisponde alla diaconale del quadrato costruibile sulla base. Questo è un particolare importante, perché alcune dei quadri più insigni del Botticelli sono costruiti su questo stesso rapporto.
La scena si svolge tra grigie nubi che, verso l'alto, oltre il capo della Vergine, si diradano illuminandosi.
Nell'angolo inferiore sinistro, quella testa belluina è l'incarnazione dell'antico Avversario; quella gola è la rappresentazione del male, che non è più soltanto una deficienza, ma un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore, materializzato in quei cupi colori. È l'omicida fin da principio, in opposizione al quale l'uomo, se mancano la Grazia e l'aiuto del Lume Eterno, nulla può. Con le sue sole forze, quel Giovane Ignudo, coperto appena da un lenzuolo che gli avvolge il bacino e il braccio destro, non si salverebbe.
Tutta l'opera è altissimo simbolo. Anche l'Ignudo è una figura simbolica: sono io, sei tu, siamo tutti, senza distinzioni. È l'uomo bisognoso di Grazia, per poter vincere il male.
Sul volto dell'Ignudo non vediamo né apprensione né spavento, eppure sotto di lui l'inferno è pronto ad inghiottirlo. Simbolo di ogni uomo, sembra non rendersi conto di essere al centro di una battaglia immane che, come dice San Paolo, non è contro creature di carne, ma contro lo spirito del male.
Egli guarda la Vergine e il Figlio, non fa nient'altro. Non sa aiutarsi, non si aggrappa nemmeno alla Mano che salva: soltanto si lascia sollevare. Il suo corpo è armonioso, ma inerte; una mano è cadente, e lo sarebbe anche l'altra se non fosse sostenuta; le ginocchia sono fiacche. Tutto questo significa che, pur vedendo egli il Bene, non ha la capacità di raggiungerlo e ha bisogno della Grazia di Dio. Non sono le sue forze a portarlo a Cristo, Signore dei cuori; non sono le sue forze a trarlo dalle tenebre alla Sua ammirabile Luce.
La sua salvezza non proviene né dai suoi sforzi né dalle sue capacità, ma dalla sola compiacenza di Dio.
Gli occhi non danno lacrime, né dalla bocca esce un lamento, ma il volto dell'Ignudo non è un volto gioioso. Egli soffre. La sua natura, creata buona e retta, ma poi corrotta in Adamo, è rimasta trattenuta nell'orbita del male e delle cose inferiori. Fermare questo moto e correggerlo è causa di sofferenza. La Redenzione non è senza sofferenza per il redento.
Perché è nudo? Perché a questo egli deve giungere: a spogliarsi di tutto e, nudo, seguire il nudo Gesù.
Il lenzuolo che lo avvolge non serve a coprire le parti di cui Adamo più si vergognò quando si accorse di avere un corpo, ma per significare il laccio delle passioni che si scioglie e cade, non trovando dove appigliarsi nell'uomo redento il quale, essendo la notte al suo termine e il giorno ormai vicino, si sta spogliando delle opere delle tenebre e si prepara ad indossare le armi della Luce.
A sollevare il Giovane Ignudo verso la salvezza, è la Vergine, che, maestosamente umile e alta, ci appare qui come la Portatrice di Cristo, la Soccorritrice, che con materno amore aiuta l'uomo errante sulla terra tra pericoli e affanni.
I Suoi occhi, nel volto pallido, quasi velato di severa mestizia, sono rivolti verso di noi, e sono l'espressione di un invito amorevolmente fermo: Svegliati, tu che dormi, dèstati dai morti, e Cristo ti illuminerà.
Anche gli occhi del Figlio sono rivolti verso di noi perché, come dice il Salmista, i suoi occhi sono aperti sul mondo, le sue pupille scrutano ogni uomo.
La veste della Vergine è bianca come la neve. Il bianco è il simbolo della Fede, cioè dei credenti, e Maria è Colei che ha creduto. Il manto senza maniche, poiché così lo portavano le figlie vergini dei re d'Israele, sembra un'onda turchina alta e mirabile che La investa alle spalle da capo a piedi. Il turchino è il colore della Fortezza e degli altri Doni dello Spirito. Così il bianco e il turchino delle vesti di Maria si uniscono contro il rosso delle fiamme e contro la tenebrosa pervenza del Tentatore che ne emerge, foriero di morte.
Sulla spalla destra della Vergine si intravvede, inanellata e fluente, di sotto il manto, la massa sciolta e bruna dei capelli.
La cintura è tempestata di rubini e di zaffiri: di rubini e di zaffiri saranno le fondamenta e le merlature della Nuova Gerusalemme, la Città Santa. La Vergine, Madre del Salvatore, come la Città Santa, come la Chiesa di cui è modello e da cui è contemplata nel Lume del Verbo fatto uomo, è sostegno (gli zaffiri) ed è presidio (i rubini) per gli esuli e smarriti fratelli del Fignio Suo.
Due Angioletti reggono alta sul capo della Vergine una corona, segno della sua regalità, sulla quale si trovano incastonati dei diamanti nella tipica sfaldatura dell'ottaedro. (Gli antichi lapidari attribuivano al diamante la proprietà di assicurare la vittoria a chi lo portava).
Più in alto, nel cielo, vediamo l'obliquo cerchio delle dodici stelle, che sono le Luci dei beati Apostoli, perché Maria è Regina degli Apostoli, così come è Regina del Cielo.
Seduto sul braccio sinistro della Madre è Cristo Signore, Colui che tiene in mano il cuore degli uomini, Colui che rifulge nei cuori degli uomini per illuminarli.
Veste qui una semplice tunichetta. Come mai non la porpora regale, indicazione della Sua divinità? Per quale ragione il grande pittore ha fatto quella tunichetta della stessa stoffa e dello stesso fulva e stinto colore del lenzuolo che cinge l'Ignudo? Perché, traducendo in immagini le parole di Paolo ai Filippesi (2, 6-8), ha mirato all'immenso mistero dell'umiltà del Figlio, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce.
Consideriamo ora la figura dell'Angelo cistoforo, l'Angelo che porta il "cestello".
Il braccio sinistro del Bambino si tende verso il cestello, e la sua mano si va aprendo... Questo è il punto di riferimento fondamentale di tuto il quadro. Il cestello è pieno di cuori: sono i cuori di quanti, per intercessione della Vergine, hanno ricevuto Gesù da quello Spirito per opera del quale Ella concepì, nella propria carne, lo stesso Gesù. Sono i cuori che il Signore della messe ha raccolto, che Lui ha comprato con il suo Sangue, e che ora depone nel cestello tenuto dall'Angelo.
Il Bambino tiene due cuori nelle mani: il cuore che sta nella sua mano destra è forse il cuore dell'Ignudo, che passerà nella sua sinistra quando questa sarà libera, e di lì verrà posato a sua volta nel cestello.
Il Bambino non resterà mai a mani vuote, perché mantre la sua mano sinistra continuerà a deporre cuori nel cestellodell'Angelo, la sua mano destra, libera e liberatrice, avrà sempre un altro cuore da cogliere. È un'azione che rifiorisce nel tempo e nel mondo; è l'opera della Redenzione.
Il cestello è già gremito di cuori... L'Angelo è ancora inginocchiato, ma sta per alzarsi, sta per sollevarsi in volo... Porterà con sé i nostri cuori e li recherà, a testimonianza della nostra preghiera, davanti alla Gloria del Signore. Presenterà a Dio i nostri cuori miseri e vuoti, perché Lui li riempia di quella carità che ripara al passato, che assicura l'avvenire, che teme e confida, piange e si rallegra, con sapienza; che diventa in ogni caso la virtù di cui abbiamo bisogno. Allora l'Angelo sparirà. Ma al suo posto volerà subito un altro Angelo, con un altro cestello, vuoto, che al più presto sarà ricolmato come il precedente.
Dilatate i confini di questo celestiale dipinto, e vi apparirà l'immensa moltitudine degli Angeli cistofori che incessantemente volano tra Cielo e Terra.
I colori della veste dell'Angelo sono il bianco, simbolo della Fede, e il rosso, simbolo della Carità. Manca il verde, il colore della Speranza, perché è una virtù propria soltanto dell'uomo: l'Angelo non spera, perché già possiede la pienissima partecipazione alla divina Bontà.
È un gran quadro... Non si finisce mai di capirlo... E se è ardito dirlo fatto non da mano d'uomo, certo può dirsi condotto secondo un dettato divino: il pennello è nella mano dell'uomo, ma l'uomo è nella mano di Dio.
E perché mai un Angelo di Dio, una creatura spirituale e nobilissima qual'è un Angelo, perché mai fornirlo proprio di un cestello, una cosa tanto modesta, povera, umile? Perché nient'altro avrebbe potuto far meglio capire il compito dell'Angelo, dichiarare il suo viaggio: è il cestello a destare in noi l'idea del raccolto, dell'andare e venire, del portare. E non è nemmeno prezioso, ma è un umile e povero cestello di vimini, per ricordarci che il cuore dell'uomo deve cingersi di umiltà, per ammonirci che Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili. Al cestello è dunque strettamente legato un insegnamento: Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, perché Egli vi esalti al tempo opportuno. Gli umili steli, le stroppe, come diciamo a Melara, di cui è fatto il cestello, docili a piegarsi e a torcersi, sono simbolo dell'umiltà.
È il concetto dell'umiltà del cuore che si intesse tra i vinchi di quel cestello; è l'invito a farci un cuore nuovo nell'umiltà, nella preghiera, nella conversione, nella ricerca di Dio: allora sarà perdonato il nostro peccato, e veramente vivremo.
Ancora una considerazione: nel ritratto a Ginevra Benci, Leonardo, per alludere al nome della donna derivandolo dalla pianta del ginepro, ne fece risaltare il volto davanti a un ramosissimo ginepro; ebbene, nel cestel potrebbe celarsi un'allusione, il potenziale rimando ad un nome, al nome di un determinato luogo, al luogo di provenienza del nostro dipinto, all'antica Chiesa dei Monaci di Cestello a Firenze, oggi Chiesa di Santa Maria Maddalena de' Pazzi. "Cestello" è il più popolare rione fiorentino.
Degli altri sei Angioletti, rappresentati ognuno da una deliziosa testina tra due piccole ali spiegate, tre sono i Contemplativi, e aleggiano rispettivamente due a sinistra del Santo Bambino e uno a destra della Vergine; gli altri tre stanno in basso e, considerandone l'incarico (e senza alcuna intenzione di offenderli), li chiameremo Portantini. Su due di loro, seri e compresi del loro compito, con lo sguardo rivolto in basso, la Vergine poggia i piedi, calzati di sandali infra-dita; il terzo Angelo li affianca, ma al momento è disimpegnato, perciò lo diremo (ancora senza intenzione di offenderlo) Portantino di riserva. Egli ha così modo e tempo di guardare in su e di far da spettatore attento e partecipe di ciò che gli sta accadendo intorno; il viso è paffutello, l'espressione è di stupore, di trepidazione, di incertezza, di curiosità; la sua figura, assai arguta e simpatica, è inserita con grande maestria e delicatezza dentro l'intreccio di una colluttazione tanto drammatica.
Il quadro della Madonna del Lume è un'opera dogmatica e liturgica, e rappresenta la vita umana combattuta fra il bene e il male, tra lo spirito e la carne, incerta tra dannazione e salvezza.
In immagini esplicite e sofferte, quest'opera ci comunica che soltanto la Grazia e l'aiuto divino possono risolvere la lotta e salvarci, offrendo il Lume di Cristo come unica luce capace di illuminare il nostro breve, malsicuro e oscuro pellegrinaggio terreno. |