La data

Quando camminava da quelle parti gli capitava spesso di incontrarla. Stava lì, seduta davanti al suo tavolino sgangherato e traballante, mischiando quel mazzo di carte troppo grandi per giocarci.

Era una figura strana: una signora ben piazzata di mezza età, una via di mezzo tra una domatrice di elefanti e una cantante di liscio di quelle balere tristi frequentate solo da pensionati dall'aria “guardami, come sono giovanile”. Era sempre vestita in maniera abbastanza improponibile, ma non mascherata. Certi camicioni lunghi fiorati che la rendevano insieme simpatica e un po' patetica.

Qualche volta gli aveva anche rivolto la parola: “leggiamo le carte, signore, vuole conoscere il suo futuro?”. Lui non aveva neanche mai risposto, filava via dritto con un sorrisino imbarazzato, senza guardarla nemmeno in faccia.

L'idea di farsi leggere le carte gli pareva fastidiosa, come quella di farsi pulire il parabrezza al semaforo. Certo, c'erano giorni in cui aveva più tempo e l'idea lo aveva sfiorato, ma poi si era sempre detto che “certe cretinate…”.

Quel giorno, però, passando di lì, aveva rallentato il passo senza neanche rendersene conto. Non c'era molta gente in giro e, certo, nessuno che lo conoscesse, poi si sentiva stranamente temerario ed euforico e pensò: “stavolta, se me lo chiede…”.

Così passò accanto al banchetto, ma non successe niente; la “signora” era intenta a risistemare le sue carte, le voltava e rivoltava, le mescolava e qualcuna persino la spolverava con un panno viola. Non alzò neanche lo sguardo.

Lui rimase un po' deluso e intristito insieme: “Ma come? Questa mi rompe sempre quando passo e oggi…”.

Fece quasi un salto di lato, non si aspettava più di essere chiamato. Adesso quasi quasi, per ripicca, avrebbe risposto di no, ma poi si rallegrò di nuovo.

Si guardò ancora in giro e si avvicinò.

Lei sorrise

Si sedette sul seggiolino da spiaggia che c'era davanti al tavolino e per un momento ebbe l'impressione di ribaltarsi con tanto di sottofondo di musichetta da “Oggi le comiche”, ma passò subito. Rimase lì in attesa di istruzioni.

La “signora” lo guardò negli occhi per un po' e poi disse:

Lei sorrise, prese il mazzo di carte, le sparse coperte sul tavolino, alla rinfusa.

Lei sorrise di nuovo.

Lui tacque e arrossì. Si era già pentito di essersi seduto lì.

Lui era sempre più imbarazzato. A dire il vero si sentiva completamente imbecille, non sapeva se per essersi messo in quella situazione o per continuare a fare figuracce. Decise di non dire più niente, ma eseguire solo quello che gli veniva chiesto.

Lei lo guardava, un po' divertita e un po' materna. Raccolse le sette carte che lui aveva scelto e le rovesciò sul tavolino sopra le altre.

Lui subito cercò di decifrarle, ma si aspettava delle normali carte da briscola, i tarocchi non li conosceva. Allora guardò il viso di lei per leggerci sopra i risultati. Lei però era assorta, fissava le carte, le toccava, le spostava di qualche centimetro su e giù. Insomma non si capiva cosa pensasse.

Poi disse, senza guardarlo:

Era seria mentre parlava, non c'era più nessuna ombra di ironia o di scherzo.

Lui si sentì a disagio, continuava a ripetersi che era un gioco, una curiosità troppo a lungo inappagata, uno sfizio che si voleva togliere, ma stava diventando preda di una strana ansia che non riusciva a controllare.

Lo guardò e poi riprese:

Lui adesso sudava. La sua mente era piena di quelle cose della sua vita che avrebbe voluto cambiare ed anche di quelle che non aveva mai considerato, ma che ora gli sembravano insopportabili. Una infinita serie di situazioni, persone, atti e fatti da buttare via, cancellare, eliminare una volta per tutte dalla propria vita. Insomma una gran confusione. Milioni di possibilità si erano date appuntamento nella sua testa e tutte nello stesso momento. Era sopraffatto. E poi quel pensiero: “Il momento giusto… un errore irreparabile…”.

Le disse:

Lei inarcò le sopracciglia:

Prese un piccolo foglio bianco e ci scrisse su qualcosa, lo infilò in una busta, diede una leccatina rapida al margine della busta e lo chiuse.

Prese la busta, si alzò come inebetito e si allontanò senza nemmeno ricordarsi che avrebbe dovuto pagare. Da parte sua la “signora” non disse niente, rigirò le carte e ricominciò a riordinarle.

Il resto di quel giorno lui lo passò a camminare per le strade, su e giù, senza una meta fissa. Poi, quando fu troppo stanco per continuare, tornò a casa.

Quella notte non riuscì a prendere sonno. Continuava a ripensare ai mille progetti accantonati, a tutte le cose della sua vita da rimettere a posto a tutti i viaggi da iniziare mai iniziati e a tutte le cose da finire mai finite. Più di una volta si alzò dal letto per riprendere in mano la busta e tastandola con la mano cercava quasi di capire quale fosse la data che c'era scritta sopra. Poi preso come dalla paura di rovinare tutto la ributtava sul tavolo, come se scottasse.

Passò più di un mese. Le notti non erano più riposanti e i giorni non erano più soddisfacenti. Evitò per tutto il tempo di ripassare dalla strada dove sapeva avrebbe trovato la “signora”. Sempre più forte era, però, l'impulso di fare qualcosa. Senza sapere bene cosa.

Poi un giorno decise di tornare a passare da quella strada. mentre si avvicinava si chiedeva se avrebbe dovuto fermarsi a farsi rileggere le carte o far finta di niente. Si illudeva forse di capire dallo sguardo che le avrebbe rivolto la “signora” cosa fare.

Girato l'ultimo angolo della strada, però, il tavolino non era più dove era sempre stato. Si fermò un attimo stupito, si guardò a destra poi a sinistra. Niente, solo le solite case, i soliti negozi, i passanti. Nient'altro.

Si sentì svuotato, con le gambe molli: ora era davvero solo.

Quella sera, a casa, aprì un cassetto dove teneva tre buste. Due contenevano due lettere che aveva scritto tempo prima. Una era indirizzata al suo datore di lavoro, una al suo padrone di casa. L'ultima busta era quella che gli aveva dato la “signora”. Le mise sul comodino ed andò a dormire.

La mattina dopo mise insieme qualcosa in una valigia, la più piccola che aveva. Uscì di casa, andò alla piccola agenzia di viaggi poco distante da dove abitava. Durante il tragitto spedì le due lettere. Col biglietto che aveva comprato all'agenzia andò all'aeroporto.

Solo mentre era seduto al suo posto in aereo, qualche ora dopo che il volo era decollato, decise di aprire l'ultima busta.

Aprì l'agenda dove l'aveva messa, alla pagina di quel giorno. Fissò a lungo la data scritta su quella pagina. Si immaginò cosa avrebbe provato se, una volta aperta la busta, la data suggerita dalle carte non fosse stata la stessa. Dovette sforzarsi per continuare a respirare regolarmente. Poi lentamente lacerò la busta, tirò fuori il foglio ripiegato in due, lo aprì e mentre il cuore gli rimbombava nella testa, lesse.

Trovò scritta solo una parola: “Oggi”.