Il capolinea

La metropolitana a quest'ora è sempre stata una specie di incubo per me.

Non mi piace la folla (forse neanche la gente); dover subire il contatto forzato con delle persone sconosciute mi dà sempre un senso di violazione.

Quando riesco a forza a salire su una di quelle carrozze, in genere mi metto contro una parete e cerco di non vedere nessuno, evito persino di sentire i pochi discorsi delle poche persone che si parlano.

Stasera, invece, non sono riuscito ad evitare di rimanere bloccato al centro del vagone: spero di riuscire a non vomitare. Continuo a ripetermi mentalmente le fermate che mancano e ad ognuna che passa il respiro si allunga un po'.

Odio quelli seduti. Loro odiano me. Cerchiamo di non vederci, ma è impossibile. Passo lo sguardo da uno all'altro cercando di non fermarmi mai su nessuno fino a che non vedo il vecchio.

Il vecchio sta in uno dei posti laterali, infagottato nel suo cappotto da pensionato da poco; non so perché mi sono messo a fissarlo, forse è il modo con cui sta leggendo quello che sta leggendo. Sembra una specie di manuale o di libro di scuola, non riesco a vedere la copertina: sono curioso.

Fingendo indifferenza mi contorco come meglio posso per riuscire a capire cosa legge; le pagine sono ingiallite, ma non rovinate; mi sembra di distinguere delle formule, ma niente di familiare. Può darsi che sia qualche vecchio professore in pensione.

Non voglio più interessarmene.

La faccia è espressiva, ma non capisco se sorrida o se si stia sforzando la vista per leggere; a quell'età dovrebbe portare gli occhiali, ma non ne porta.

Mancano tre fermate, mi toccherà passare a comprare… non ho visto dove è salito e non mi ricordo di averlo visto sedersi, eppure quando sono salito io non c'era. Ma 'sta gente non scende proprio mai… adesso, dopo aver girato pagina si mette a sorridere: deve aver letto qualcosa che lo diverte; cerco ancora di leggere il suo libro. Sono riuscito a distinguere il titolo: “Il Geometra Moderno”: mi viene da ridere. La parola ‘Moderno’ associata a quel libro e a quella persona ha un effetto comico.

Fortunatamente molta gente è scesa; dall'altra parte della carrozza vedo anche un posto libero, ma non ho voglia di sedermi. Il vecchio ha una borsa, mi chiedo quanti anni avrà, forse settanta, forse di più; perché sta leggendo quel libro? Perché ride? Gli ricorda il lavoro?

Dicono che molte persone, quando vanno in pensione non riescono più a vivere la propria vita senza il lavoro. Ho sempre pensato che fosse una situazione triste; evidentemente per qualcuno non è così.

Ora la carrozza è quasi vuota, mi sono accorto che la mia fermata è passata, ma non voglio scendere: voglio vedere dove scende il vecchio, voglio sapere chi è. Ora ha richiuso il libro e sta fissando la copertina, tratta quel libro come un figlio, lo tiene con una delicatezza innaturale: sembra felice.

Siamo soli nella carrozza, la prossima fermata è il capolinea. Il vecchio non mi ha mai guardato, continua a fissare la copertina del libro e a sorridere. Cos'ha di strano quella copertina? Cerco di capirlo; effettivamente vedo delle scritte aggiunte a penna, ma da questa distanza non riesco a leggerle. Non posso scendere senza sapere cosa siano. Mi avvicino: è un nome.

È il mio nome. Non è possibile: forse sto male, non ha senso, perché?

Voglio scendere. La prossima è il capolinea. Devo calmarmi. È solo la mia immaginazione. Dal finestrino vedo le luci della stazione. Ora scenderò. Il vecchio mi ha visto. Ora non ride più.

Perché il treno non rallenta? Perché non si ferma?