Anima

Era un'altra di quelle giornate che avrebbe voluto potessero passare senza coscienza. Invece quel pensiero continuava ad ossessionarlo: senza scampo, senza tregua.

In genere usava la televisione come anestetico, l'accendeva e la lasciava in sottofondo per tutto il tempo sperando che avrebbe finito con l'essere attratto dal mantra ipnotico che fluiva dai suoi altoparlanti. Cose senza senso, litanie idiote, recitate da idioti per essere ascoltate da idioti, pensava. Poco dopo finiva coll'esserne rapito e si afflosciava sul divano a fissare assente lo schermo fluorescente.

Era solo allora che in quei giorni viveva i suoi momenti migliori. Usciva dal suo corpo, lentamente, inconsapevolmente e si trovava ad essere altro da sè. In quei momenti provava l'unico sollievo che gli era dato: una sorta di confortevole insensibilità.

Durava però pochissimo, il tempo di provare la fastidiosa sensazione di osservarsi dall'esterno e subito il mondo delle percezioni lo inondava di nuovo lasciandolo disgustato.

Era quasi un mese che durava questa situazione, da quando aveva dovuto affrontare l'improvvisa sottrazione del suo bene più prezioso che mai aveva lontanamente immaginato di poter perdere. Mai avrebbe ipotizzato una vita senza lei, mai avrebbe considerato di dover fare a meno di lei; eppure non era stato sempre così. Solo poco tempo prima non sapeva nemmeno della sua esistenza, non l'aveva mai vista, non aveva mai sperimentato la sua presenza: avrebbe potuto passare tutto il resto della propria vita senza di lei, ma ora...

Cercava inutilmente di convincersi che sarebbe potuto tornare allo stato precedente alla sua scoperta, che avrebbe potuto lentamente riabituarsi a condurre i propri giorni come se lei non ci fosse mai stata, ma sapeva perfettamente che non ci sarebbe riuscito e, appena se ne rendeva conto, precipitava in uno stato di angoscia profonda che gli impediva di pensare, di fare una qualsiasi azione; quasi di respirare.

A quel punto lo assaliva anche un profondo disprezzo per se stesso, per come aveva rinunciato al proprio essere per condizionarlo ad una situazione di cui non avrebbe mai potuto avere il controllo; lui, che del controllo aveva fatto la propria religione, che della razionalizzazione era il sommo profeta, che si era consacrato alla logica, ora vagava in preda al panico per essersi cacciato nella più irrazionale, illogica e incontrollabile delle situazioni.

Milioni di volte aveva elaborato complicati piani per ricondizionarsi alla normalità, ma sempre gli sfuggiva qualche insignificante particolare che lo avrebbe riprecipitato nel suo inferno: un colore visto per caso, un profumo percepito mentre camminava per strada o un suono che credeva di udire annientavano qualunque volontà e lui si ritrovava a non avere altro pensiero coerente che non fosse legato al ricordo di lei.

Poi un giorno, senza nessun preavviso, smise di pensarci, così: senza sforzo, in maniera assolutamente naturale, pacifica.

Senza quasi rendersene conto passò tutta una giornata in cui non lo sfiorò nemmeno il minimo ricordo di com'era stato vivere con lei. Solo prima di addormentarsi, tra le nebbie del dormiveglia, ebbe una vaga sensazione di aver vissuto una vita precedente ormai distante generazioni.

Dal quel momento ne fu per sempre libero, come desiderava da tempo: avrebbe potuto finalmente fare a meno per sempre della propria anima.